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Il brutto anatroccolo
Un anatroccolo che non somiglia per niente ai suoi fratelli e sorelle, un inverno rigido passato da solo, e una mattina di primavera che cambia tutto: una delle fiabe più amate e più dolci di Hans Christian Andersen.
In una calda giornata d’estate, una mamma anatra sedeva sul nido tra i giunchi, ai bordi di uno stagno di campagna, aspettando che le sue uova si schiudessero. Uno dopo l’altro i gusci si aprirono, e piccoli anatroccoli di un giallo brillante pigolarono e nuotarono fuori nella luce del sole, finché non rimase che l’ultimo uovo. Era più grande degli altri, e quando finalmente si schiuse, ne uscì un anatroccolo grigio, grande e goffo, che non somigliava affatto ai suoi fratelli e sorelle.
Le altre anatre del cortile diedero un’occhiata all’anatroccolo grigio e decisero che non gli piaceva. Le galline lo beccavano, le anatre lo pizzicavano, e persino i suoi fratelli e sorelle dicevano che avrebbero voluto vederlo sparire per sempre. Sua madre cercava di essere gentile, ma a volte anche lei sospirava e avrebbe voluto che somigliasse di più agli altri. Alla fine di quel primo giorno, l’anatroccolo capì che non lo volevano, e scappò dal cortile più in fretta che poté con le sue zampe palmate.
Solo
Vagò per paludi e prati, e ovunque andasse era sempre lo stesso. Le anatre selvatiche lo chiamavano brutto. Un paio di oche furono uccise dai cacciatori proprio accanto a lui, e lui rimase immobile tra i giunchi tutta la notte, troppo spaventato per muoversi. Una vecchia lo accolse per un po’, sperando che deponesse uova, ma il suo gatto e la sua gallina lo deridevano perché non sapeva fare le fusa né chiocciare, e lui sgusciò fuori dalla porta una mattina grigia e proseguì da solo.
Venne l’autunno, e poi un inverno rigido. Lo stagno in cui nuotava si ghiacciava un poco di più ogni notte, finché una sera il ghiaccio si chiuse intorno a lui e lo tenne prigioniero, e un contadino di passaggio dovette rompere il ghiaccio con lo stivale per portare a casa l’anatroccolo esausto. I figli del contadino volevano giocare con lui, e nello spavento per tutto quel trambusto e quel rumore rovesciò il secchio del latte e volò dentro il barile della farina, e tutta la casa gli corse dietro agitando le braccia, e lui scappò fuori dalla porta e tornò nel freddo, e sopravvisse al resto di quel lungo inverno come poté, mezzo gelato, tra i giunchi.
Primavera
Quando finalmente arrivò la primavera e il sole cominciò a scaldare di nuovo la palude, l’anatroccolo scoprì che le sue ali, rimaste così a lungo inutilizzate, all’improvviso potevano sollevarlo bene in aria per la prima volta. Volò finché non arrivò a un ampio giardino con un lago, e sul lago, scivolando senza uno spruzzo, c’erano tre degli uccelli più belli che avesse mai visto: cigni, bianchi come la neve, dal collo lungo ed elegante.
Qualcosa dentro l’anatroccolo desiderava stare vicino a loro, anche se era certo che lo avrebbero beccato e cacciato via come avevano sempre fatto tutti. Nuotò verso di loro lo stesso, con la testa china, pronto a essere scacciato, perché pensava che sarebbe stato meglio essere ucciso da creature così belle piuttosto che continuare a vivere la vita che aveva. Ma invece di scacciarlo, i cigni gli nuotarono incontro.
Il riflesso
L’anatroccolo chinò la testa verso l’acqua, aspettandosi di vedere lo stesso riflesso grigio e goffo che aveva sempre visto, preparandosi a quello che sarebbe venuto dopo. Ma l’uccello che lo guardava dall’acqua immobile non era affatto grigio, né goffo, né brutto. Era un cigno: bianco, elegante, dal collo lungo, proprio come gli altri che scivolavano al suo fianco.
Alcuni bambini corsero fino alla riva, lanciando pane e gridando che il nuovo cigno era il più bello di tutti, ancora più bello di quelli nati lì. Il cigno che una volta era stato un brutto anatroccolo nascose la testa sotto l’ala, quasi incapace di crederci, e pensò che quando era piccolo e grigio non avrebbe mai potuto sognare tanta felicità, e che era valsa ogni giornata dura e solitaria, per arrivare, finalmente, esattamente dove era sempre stato destinato ad arrivare.
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